Le Ricette dell’ Abbazia

La medicina monastica e l’Hortus sanitatis.

Nel 300 d.C. nasce il monachesimo cristiano in Egitto e in Siria; S. Pacomio fonda a Tabennisi il primo cenobio e alla sua regola si ispirano tutte le successive correnti monastiche. Il rifiuto della società, il vivere in isolamento, le continue mortificazioni e penitenze sono aspetti caratterizzanti, in modo particolare, il primo monachesimo. L’azione riformatrice di San Benedetto da Norcia (480ca-547) appartiene ad una fase che oggi definiremmo più matura.
Il santo fonda il Monastero di Montecassino e detta la Regola Benedettina, “Regula Monachorum”, che a partire dal VIII secolo diviene la più importante regola monastica dell’Occidente. La regola, volontariamente accettata dai monaci, disciplinava minuziosamente la giornata di chi si “ritirava dal mondo”. La chiesa, il chiostro, la sala capitolare, lo scriptorium, il refettorio, la cucina, le celle, la biblioteca, la foresteria, e in particolar modo l’ospitium e l’hortus sanitatis rendono il Monastero una struttura espressamente concepita per una vita comunitaria ed autonoma. La regola benedettina promuoveva l’assistenza ai malati come attività prioritaria. È quindi nei conventi che si assiste alla rinascita della scienza medica dell’antichità. Tra il VI e il IX secolo i monasteri, disseminati lungo le vie di pellegrinaggio verso la Terra Santa, si dedicarono intensamente all’assistenza dei pellegrini ammalati, divenendo veri e propri centri di studio della medicina.
Nello scriptorum i monaci non si limitarono a copiare, conservando e perpetuando, il sapere classico e medico-scientifico, ma arricchirono i testi di proprie conoscenze. I monasteri e le abbazie furono i soli riferimenti culturali prima dell’avvento delle università laiche.
L’Hortus sanitatis o giardino dei semplici divenne un supporto indispensabile per l’ospitium : le piante officinali erano utilizzate per ottenere decotti, impiastri, liquori, unguenti, elettuari e quant’altro potesse essere impiegato come preparazione terapeutica. Era il monacus infirmarius, conoscitore dei semplici, ad occuparsi della gestione dell’orto. Indicava quali specie coltivare in base alla localizzazione geografica del monastero, si premurava di procurare semi e fornire dettagli circa la coltivazione e la raccolta. Queste istruzioni non riguardavano unicamente l’aspetto tecnico, ma anche e soprattutto i rituali sacri che avrebbero accompagnato il lavoro. A tale proposito va ricordato che la medicina monastica medievale non vedeva una relazione causa-effetto tra la composizione della pianta e la sua attività farmacologica; i “Simplicia medicamenta” erano tali per volere di Dio. La raccolta dell’erba officinale era legata a particolari credenze mistiche, piuttosto che a quello che oggi definiamo tempo balsamico.
Come strumento didattico e di consultazione fu ideato l’hortus siccus, una raccolta di erbe pressate ed essiccate, in pratica un primo moderno erbario.
Carlomagno, imperatore del Sacro Romano Impero, fu così affascinato dai giardini dei semplici dei Benedettini da ordinare (editto dell’812) ai monasteri e alle ville del suo esteso regno, di creare degli hortus sanitatis per assicurare un’adeguata produzione di erbe curative.
Il Concilio Lateranense del 1139 proibì ai monaci di praticare l’arte medica, soprattutto al di fuori del convento. Questo comportò la scomparsa, almeno ufficialmente, della figura del monacus medicus, ma non arrestò lo sviluppo della “fitoterapia”.
In questo contesto si inserisce l’opera di Santa Ildegarda (1098-1179); badessa del convento di Rupertsburg viene oggi ricordata come “ l’erborista di Dio”. La concezione medica di questa donna straordinaria, univa al misticismo del cattolicesimo e all’antica medicina popolare germanica, una vasta esperienza erboristica personale.
Per Ildegarda l’uomo è composto dall’essenza dei quattro elementi (fuoco, aria, acqua e terra ), i quali producono quattro umori principali:
“ Esistono quattro umori. I due più importanti sono detti flegma, gli altri due si chiamano muco. Se il rapporto tra essi è armonico in un uomo, costui si trova in uno stato di buona salute.” Il fine della terapia è restituire al malato “la viriditas che serve a riequilibrare gli umori”. La “viriditas” è per la santa simbolo di tutto l’ordine cosmico, della virtù, della facoltà generatrice, della gioia di vivere, è la possibilità di salvezza di cui Dio ha intriso il Creato. Nelle sue opere “Physica” e “Causae et curae” sottolinea più volte come Dio abbia nascosto innumerevoli virtù nelle più diverse sostanze e come la guarigione dipenda dal Suo volere.
Il pensiero dell’erborista di Dio ben sintetizza la concezione terapeutica monastica arricchendola però di aspetti decisamente originali e moderni.
Ildegarda fu una convinta sostenitrice dell’importanza di una dieta equilibrata e del concetto di misura secondo il quale ogni uomo ha una propria, individualissima, giusta misura.
Molti dei suoi rimedi oggi ci fanno sorridere come il “cucinare il pollo in issopo e vino” per il trattamento della “melanconia”. Alcune indicazioni di Ildegarda sono invece straordinariamente attuali come i suggerimenti igienico-sanitari tra i quali la prassi di pulire i denti con aloe e mirra.
La Santa fu la sola studiosa medievale a lasciare resoconti sulle pratiche terapeutiche delle “indovine”.